L'accordo Italia-Libia che ci rende complici
Come prevedibile, poiché alle autorità italiane è mancata la volontà di esprimersi entro il 2 novembre, il Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia - firmato nel 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dall’ex Capo del Governo di unità nazionale Fayez al-Sarraj - verrà rinnovato automaticamente, a partire dal prossimo febbraio, per altri tre anni.
L’accordo ha come obiettivo il miglioramento della cooperazione tra i due paesi nella gestione dei flussi migratori, al fine di contrastare le partenze illegali dalle coste libiche e diminuire gli sbarchi in Europa. Per questo l’Italia si è impegnata nel supportare economicamente la sedicente Guardia Costiera libica, fornendole formazione ed equipaggiamenti. Inoltre, dal 2017 il Ministero dell’Interno italiano coordina il progetto “Support to integrated Border and Migration Management in Libya” (Sibmmil), al quale sono stati destinati circa 43 milioni di euro, fin ora spesi in 20 barche veloci, 54 mezzi terresti, ricambi e manutenzione, container adibiti a vari usi e attività di addestramento. Sotto altri nomi, i vari progetti finanziati dall’UE, hanno portato l’Italia ad impiegare, negli ultimi cinque anni, circa 100 milioni di euro. Inoltre, nel 2018 la Libia è stata dotata di una propria zona SAR (Search and Rescue) che, in linea con le politiche di esternalizzazione delle frontiere, ha permesso ai Paesi europei di negare il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio nelle acque antistanti al Paese.
Complice però una situazione politica instabile - che ancora oggi non vede una data certa per le elezioni rimandate lo scorso anno - ciò che di fatto accade rafforzando i meccanismi di respingimento, rendendo autonome le “autorità” libiche nel controllo delle frontiere e dei centri di detenzione, è un continuo invio di mezzi e denaro ai trafficanti stessi e alle milizie che ormai da tempo controllano il territorio e che si arricchiscono a spese di vite umane, finendo inevitabilmente per alimentare il ciclo di abusi che i migranti sono costretti a subire.
Dal 2017 ad oggi si contano, secondo Amnesty International, circa 85.000 persone intercettate in mare e poi riportate in Libia per essere trattenute nei centri di detenzione, dove pesanti carenze igienico-sanitarie e gravissime violazioni dei diritti umani, ormai più volte documentate e denunciate da varie organizzazioni, accompagnano i migranti fino al pagamento del nuovo riscatto.
Ignorando quel che accade dall’altra parte del Mediterraneo ci stiamo rendendo complici di un sistema criminale eretto su continui abusi, che i nostri governi e istituzioni prima finanziano e poi fingono di non vedere. Puntualmente i nostri Paesi cedono ai ricatti dei trafficanti, negando risorse preziose ai cittadini in difficoltà e ai richiedenti asilo. Eppure la gestione dei profughi provenienti dall’Ucraina dimostra che un sistema di accoglienza alternativo lo si può realizzare. Ciò che manca, come spesso accade, è la volontà di costruire un sistema migliore, sradicando innanzitutto i meccanismi che portano a lucrare sulle spalle dei più fragili.
Il documentario Libya no escape from hell, realizzato da Sara Creta -giornalista documentarista che da tempo si batte per il rispetto dei diritti umani delle persone che transitano verso l'Europa, seguendo la rotta del Mediterraneo centrale - racconta come funziona il sistema di detenzione, il traffico e il ruolo delle milizie.
